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Wunderkammer Le scienze in soccorso delle arti

d13La lettera è stata spedita nel ’61. Vi leggiamo: “Forse i tuoi racconti mi piacciono soprattutto perché presuppongono una civiltà comune che è sensibilmente diversa da quella di tanta letteratura italiana”. L’autore è Italo Calvino, che proprio mentre sta progettando le sue Cosmicomiche, continua il lavoro di editor presso Einaudi. Il destinatario, Primo Levi, sta per pubblicare La Tregua ma ha in serbo già una raccolta di racconti “fantabiologici” – come li chiamerà Calvino – che confluirà in Storie Naturali, del ’66.

Se le Cosmicomiche sono state subito oggetto di letture e riletture incrociate da parte di pubblico e critica, il libro di Levi ha dovuto subire la perplessità di quella civiltà comune realmente esistente, come Calvino stesso in qualche modo presagiva. “Sono divertenti certo, anche interessanti e scritti bene, ma rimangono dei divertimenti”: nessuno avrebbe formulato con chiarezza un giudizio simile, non stava bene davanti al Santo Testimone per eccellenza della nostra narrativa. Per un caso tipicamente italiano, quando una cosa non va o non si accetta, non si dice, non se ne parla, ed il silenzio è più espressivo di tutte le possibili polemiche. Soprattutto quando qualcuno devia, non persiste nella strada che gli è già stata riconosciuta.

Sono stati accolti come divertimenti perché il punto di partenza non era la letteratura, ma la scienza. La civiltà che presupponeva una comprensione della novità di questi racconti esisteva invece proprio in Italia, come in qualsiasi paese moderno, osteggiata spesso anche a livello politico. Era quella di tutti gli intellettuali che non sono letterati. Leggono approfonditamente Dostoevskij e Conrad, ma anche Einstein e Lucrezio. Amano Leopardi, proprio perché hanno amato Galilei. Sono tecnici, scienziati, ricercatori, divulgatori. Di fronte all’enorme massa di libri che tutt’oggi si stampano sull’evoluzione interiore e le opinioni piagnucolose del giovin scrittore, la storia dell’avventura della ricerca scientifica ha il sapore speziato di un romanzo picaresco.

Ma non è solo una questione narrativa o artistica. Proprio gli stessi artisti visivi, forse più abituati a toccare con mano la realtà materica, tale distinzione non l’hanno mai fatta. E’ evidente che non si può far storia dell’arte senza storia della tecnica. La civiltà comune auspicata da Calvino (la cui scrittura si è distinta fra l’altro anche per il peculiare approccio visivo) è sempre esistita, ma misconosciuta, occultata, anche ipocritamente negata. Se non come fenomeno, appunto, di divertissement.

Le proposte di questo numero cercano di ripensare il nostro punto di vista sulla scienza. L’auspicio è una riconsiderazione su quanto nella realtà, oggi più che mai, sia fertile un connubio, anzi, nessuno iato tra le due culture, umanistica e scientifica. Quanto povera diventi la cultura umanistica senza scienza e quanto umanistica sia già per sua costituzione quella scientifica. Ma veniamo al numero.
La questione si apre proprio nelle pagine dei giornali di divulgazione culturale, con un’intervista ad Armando Massarenti, responsabile della sezione “scienza e filosofia”, necessariamente correlate, di “Domenica” de “Il Sole – 24 ORE”. Massarenti nell’intervista ci introduce non solo alla tematica, ma anche alla visualità del mondo scientifico nella fotografia di Felice Frankel. Combinatoria, versatilità, intuizione e metodo: “rendere visibile la scienza” è anche avvicinarsi alla complessità di artisti come Francesco Gennari, Carsten Nicolai, Patricia Piccinini.