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Collaudi Performances dal mondo del teatro

d14_Page_01Finito lo spettacolo, dopo i complimenti rituali, e le scuse dell’attore per dettagli non rilevanti (sorta di captatio benevolentiae, ma che gli si perdona con amore per la soddisfazione di aver fatto un accredito stampa non inutile) si va magari a cena con la compagnia e si discute di varia umanità di fronte a del vino buono e meno buono. Nei festival estivi invece ci si ritrova nel parco adiacente allo spettacolo e mentre il pubblico defluisce si riconoscono le stesse persone del festival della settimana scorsa nella provincia vicina: cambiano gli assessori, e qualche buona signora dallo sguardo acuto, ma si intravedono critici, attrici, registi, giornalisti, stagiste della kermesse appena terminata. Ovviamente non tutti si conoscono ma quando si presentano cominciano a parlare dello spettacolo dove Cesare ha finalmente mostrato tutta la sua intelligenza scenica: una vera prova d’autore.

Come rispondere ad un’attestazione così perentoria? Riferendo ovviamente dello spettacolo di Mariangela, che ha saputo rinnovarsi restando fedele a se stessa. Arriva poi un terzo che non riesce a trattenersi raccontando gli ultimi aneddoti su Ascanio, mentre il primo interlocutore (che mi immagino chissà perché un’interlocutrice) riprende concedendo a Filippo una forza espressiva che va al di là di qualsiasi aspettativa. Riprende, all’ombra de’ pini del parco dove si tiene la rassegna, il secondo conversatore (ovviamente gay) che ha conosciuto dettagli sull’ultimo lavoro di Emma, che verrà presentato fra due settimane nel festival organizzato da Romeo. Ma attenzione, sì, si sta proprio avvicinando Oscar. Il suo ultimo studio ha destato qualche perplessità: ha preteso troppo sporcando la scena con innumerevoli dettagli. Ma la sua sensibilità è viscerale e non tarderà a dimostrarlo continuando nella sperimentazione. Il pubblico, insomma, ha reagito.

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Ad ascoltare la conversazione eravamo con un’amica che si interessa di biotecnologie oltre che di teatro, quando può. Andiamo a berci insieme un po’ di vino buono e meno buono, discutendo di varia umanità. Lei mi chiede se a quei nomi corrisponde veramente qualcuno. Io cerco di ricordare qualche cognome da aggiungere alla conversazione ma lei conclude: “allora non si stava parlando veramente di teatro, ma di relazioni sociali, si cercava di ristabilire un orizzonte di appartenenza, no?”

Mi ha spiazzato, reagisco replicando con la più classica delle generalizzazioni: “Evidentemente il teatro italiano è come l’italiana società: si va avanti solo con le conoscenze e si deve far capire implicitamente quali”. Giustamente non è soddisfatta: è ancora troppo poco. “Ma non è un cane che si mangia la coda? In questo modo il teatro italiano non farà altro che parlare solo di se stesso”, riprende sempre più coinvolta. “Certo”, mi sembra di avere risposto, “ma al di là dei nomi senza cognome sta il pubblico vero e proprio, ci sono persone testarde che si accanisco a tentare nuove strade e che non vedono il teatro come un assoluto, ma come una meravigliosa forma di apertura, di collaudo, un racconto della vita sempre necessario da fare, una terapia per comprendere la portata e l’arcanicità delle nostre esperienze”.

La conversazione è poi proseguita oltre, anche perché di rispondere così non sono in realtà capace. Questa apertura del teatro italiano va sondata e collaudata, in tutte le sue manifestazioni e nei connubi con le altre arti: performance, poesia, romanzo, immagine. Ma anche in se stessa, perché raccontarsi a teatro e raccontare il proprio teatro non vuol dire denudarsi.